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C’è nuova vita nelle Canarie

Scoperte nell’arcipelago diverse specie ignote. Coralli bianchi e neri, pesci, anemoni e poriferi. Ora l’organizzazione internazionale Oceana chiede al governo spagnolo di avviare politiche per la tutela delle risorse e delle forme di vita marine.

A un mese dalla spedizione nelle isole Canarie, una delle più grandi organizzazioni internazionali per la salvaguardia degli oceani, ha scoperto dieci nuove specie, del tutto sconosciute nell’arcipelago. Si tratta di coralli neri e bianchi e varie specie di pesci e altri organismi marini ignoti fino a ora. Il catamarano dell’organizzazione, il Ranger, grazie all’aiuto di un robot sottomarino che riesce a immergersi fino a 500 metri di profondità e a filmare i fondali oceanici, è riuscito a scoprire anche delle specie rare, delle quali, a livello biologico, si avevano pochissimi dati.

Vediamo qui parte della meravigliosa fauna che si può trovare alle Canarie:

Tra queste ci sono il pesce scorpione, la rana pescatrice, le gorgonie (colonie arborescenti molto ramificate e dei più svariati colori), gli anemoni (invertebrati marini) e i poriferi (o spugne). Questo immenso mondo marino popola gli abissi delle isole Canarie, fino a ora poco studiati a causa delle enormi profondità delle acque. L’organizzazione ha scelto così di servirsi oltre del robot, il Rov, anche di un team di professionisti subacquei in grado di immergersi fino a 40 metri.

Grazie al lavoro dei sommozzatori sono state analizzate le zone costiere più superficiali, dove l’equipe di ricercatori ha denunciato una grave perdita di pesci e di ricci di mare (Diadema antillarum), una delle specie più minacciate dell’arcipelago. Durante questa prima fase della missione sono stati realizzati quaranta inabissamenti in sei delle sette isole; nel secondo mese si passerà, invece, a studiare le acque del El Hierro.

Questa spedizione è stata un successo

La spedizione è stata realizzata in collaborazione con la fondazione per la biodiversità, dipendente dal ministero dell’Ambiente spagnolo, e l’obiettivo è analizzare i fondali delle isole per capire quali sono le zone che devono essere convertite in aree marine protette, e inserite nella rete europea Natura 2000 come Siti di interesse comunitario (Sic). Tra questi ci sarebbero Agafrecho (Lanzarote), Mogán, Arinaga, vicino Gando, e Sardina del Nord (Gran Canaria) e Teno (Tenerife). Come previsto dalla Convenzione per la biodiversità delle Nazioni unite, Oceana richiede che la Spagna tuteli il 10 per cento della superficie marina entro il 2012. Finora, infatti, solo lo 0,15 per cento è soggetto a forme di conservazione.

«La mancata conoscenza delle specie che vivono negli abissi oceanici – spiega Ricardo, direttore della ricerca scientifica oceanica in Europa – rappresenta un problema per definire quali aree devono essere tutelate». Per l’identificazione delle specie, questa spedizione ha coinvolto scienziati e Ong, trasformando questa spedizione in una vera ricerca. «Siamo molto soddisfatti, afferma il coordinatore per l’Europa dell’organizzazione – che diversi gruppi e scienziati collaborino a questa iniziativa per promuovere la conservazione degli habitat in tutto l’arcipelago. Ma chiediamo anche la cooperazione del governo spagnolo per avviare politiche che tutelino la biodiversità e le risorse marine».

By johnny.saviotto | 09/03/2016 | Ambiente
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Il Belpaese torna a franare

DISSESTI. La stagione delle piogge causa black out e allagamenti in tutta Italia. Al Sud la situazione peggiore. Ieri a Messina l’iniziativa “Mettiamo in sicurezza il territorio”. L’appello dell’esperto: “Rispettare gli equilibri naturali per evitare altri disastri”.

Venti forti e maltempo colpiscono soprattutto il Sud Italia. L’ossimoro di un’emergenza quotidiana si manifesta in questi giorni attraverso l’allerta meteo: interi territori dello Stivale, si avverte, sono a rischio alluvioni, frane o inondazioni. Ieri si sono verificate trombe d’aria in Salento e nel palermitano, dove il tetto di un’abitazione è stato addirittura scoperchiato. Nel carcere di Enna alcune celle sono state allagate, mentre nella valle del Sarno si riaffaccia l’incubo delle esondazioni dei torrenti e del pericolo di frane. Nell’avellinese, poi, allagamenti e black out elettrici hanno ostacolato le attività industriali al punto da far intervenire le varie associazioni che, in una nota, ha espresso preoccupazione per l’interruzione dei cicli produttivi. Con le piogge autunnali, dunque, si preannunciano disagi per l’uomo e danni a imprese e agricoltura. Nulla di nuovo, però. A puntare il dito contro le responsabilità umane è, per primo il presidente di una nota associazione ambientalista italiana.

Rischio sismico, rischio idrogeologico e sovrapposizione di competenze

“L’urbanizzazione molto intensa e gli interventi maldestri di messa in sicurezza, sommati a piani regolatori sovradimensionati – commenta sono alla base delle tragedie ambientali. In Sicilia manca un’Autorità centrale di bacino e un piano pianificatorio serio. In queste condizioni, non è possibile aspettarsi che le cose migliorino”. Rischio sismico, rischio idrogeologico, pianificazione territoriale, impiego di cemento depotenziato e sovrapposizione di competenze. Questi sono stati i cinque punti all’ordine del giorno dell’assemblea pubblica indetta ieri a Messina. Affinché la tragedia non si ripeta, infatti, con il contributo delle università di Palermo e Firenze, è stato stilato un dossier in cui sono elencate tutte le criticità del territorio messinese. E da cui risultano a rischio anche numerose strutture pubbliche, come ospedali e chiese.

“L’iniziativa Mettiamo in sicurezza il territorio“, spiega il segretario generale, “mira a ottenere una pianificazione reale e concreta in grado di sostituirsi a interventi tampone. Ma per farlo servono impegno e risorse. Quella di Messina è una situazione particolare e, in quanto tale, merita di ottenere un finanziamento particolare da parte di governo e Regione “. La deregulation urbanistica che, per il presidente siciliano, “è la causa di tutte le cause”, accomuna molte parti d’Italia. “Bisogna saper leggere il territorio”, è l’invito del geologo Riccardo Caniparoli che, nella sua esperienza professionale, ha indagato in lungo e in largo le criticità ambientali della nostra penisola. L’unica risorsa per evitare i disastri ambientali, spiega, “risiede nell’interpretazione della morfologia”.

È fondamentale preservare gli equilibri naturali

Continua, evolutiva e complessa. “La comprensione di un territorio passa anche per una ricerca storica nei millenni. Per comprendere come reagirà la natura a qualsiasi insediamento umano, a una costruzione come a una coltivazione, è necessario risalire a come per esempio un corso d’acqua è mutato nel tempo”. Il principio generale, chiarisce l’esperto, è che “ovunque ci siano dei segnali da cui si comprende che nella zona originariamente insisteva un corso d’acqua, non deve essere possibile costruire”. Ma, purtroppo, è un dato di fatto che la storia d’Italia ha seguito un tracciato assai diverso. Si tornerà a parlare del Sarno, della Liguria e dell’Alta Toscana.

Perché gli interventi che seguono le emergenze “sono pensati sulla base di modellazioni matematiche, estrapolazioni che non tengono conto di tutti i fattori da cui dipendono gli equilibri naturali”, aggiunge il direttore generale. Se c’è una speranza, è invertire la rotta. “Non è troppo tardi per rinaturalizzare i corsi d’acqua e lasciare alla natura la riappropriazione del suo territorio”, rassicura. E conclude ricordando la parabola evangelica: “L’uomo saggio costruisce sulla roccia, l’uomo stolto costruisce sulla sabbia”.

By johnny.saviotto | 10/15/2016 | Ambiente, Italia
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La Germania mette il turbo all’ambiente col motore elettrico

Un milione di auto alimentate a batteria entro il 2020: è ambiziosa l’ultima sfida ecologista lanciata dal governo uscente di Berlino. Il piano prevede incentivi per l’acquisto dei veicoli e lo sviluppo della ricerca nel settore

Un milione di auto elettriche su strada entro il 2020: è questa l’ultima sfida lanciata dal governo uscente di Angela Merkel per rilanciare il settore dell’auto in Germania. L’ambizioso obiettivo è stato annunciato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri tedesco nell’ambito del varo del “Piano nazionale per lo sviluppo dell’elettromobilità”, vero e proprio programma di azione governativo per adattare il futuro del mercato automobilistico nazionale alle nuove sfide che la ricerca di fonti energetiche alternative al petrolio sta imponendo alla mobilità. Nello specifico, oltre allo sviluppo di una rete di stazioni di rifornimento elettriche in tutta la nazione, il piano prevede un programma di incentivi per l’acquisto di 100mila auto elettriche, che andrà a completare i 500 milioni di euro stanziati per la ricerca nel settore. In totale saranno spesi 115 milioni di euro per introdurre le vetture a livello re gionale mentre altri 170 milioni saranno destinati alla ricerca tecnologica sul sistema di alimentazione delle automobili così come sulla formazione di tecnici specializzati.

Finanziare la ricerca e potenziare le infrastrutture

Dalle batterie al sistema di ricarica delle autovetture elettriche, sembra infatti essere questa la priorità del governo della cancelliera per non far perdere alla Germania il treno del mercato. «Non è ancora chiaro l’ammontare degli incentivi previsti» ha affermato il ministro dell’Economia, giustificando così la mancanza di un budget preciso per gli aiuti agli acquirenti. «Prima è necessario finanziare la ricerca e potenziare le infrastrutture in quanto gli incentivi all’acquisto hanno senso solo se sono sostenibili a livello di budget e le infrastrutture sono sufficientemente mature». In particolare, secondo il ministro tedesco, è sull’evoluzione delle batterie al litio che deve puntare l’industria tedesca: «Queste batterie sono ancora troppo pesanti, hanno poca autonomia e costano troppo, tra 10mila e 15mila euro ognuna», ha dichiarato il ministro incoraggiando la nascita di una produzione nazionale che svincoli la Germania dalla dipendenza dai Paesi asiatici, attualmente all’avanguardia nel settore. Una presa di coscienza che, per non risultare già tardiva, dovrà necessariamente essere accompagnata dall’impegno congiunto di tutti i protagonisti del settore se si considera che le stime del governo di Berlino indicano nel 2015 l’anno in cui i costruttori tedeschi saranno pronti a immettere sul mercato i primi modelli.

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I consumatori vogliono un incentivo per passare alla macchina elettrica

Dal canto loro, gli ambientalisti, se da un lato non possono che apprezzare gli sforzi governativi per una svolta verso un’industria automobilistica a basso impatto ambientale, dall’altro chiedono garanzie sull’effettiva fattibilità finanziaria del piano, invitando il governo a preventivare da subito un bonus di 5.000 euro per i consumatori che sceglieranno di passare all’auto elettrica. Intanto, a conferma che il futuro delle auto, tedesche e non so lo, è sempre più legato all’elettricità, Bmw ha annunciato la creazione del nuovo brand Megacity che prevede già una propulsione completamente elettrica, mentre dalla Honda alla Renault, dalla Volvo alla Chrysler, si susseguono gli annunci della presentazione di nuovi modelli basati su questo tipo di alimentazione. Intanto, e in attesa di scoprire i veicoli del futuro, il Salone dell’auto di Francoforte si appresta a presentare la nuova versione elettrica: così, nell’anno dei festeggiamenti per il ventennale della caduta del Muro di Berlino, anche la macchina simbolo della vecchia Germania dell’Est potrà guardare verso il futuro e non più solo al passato.

By johnny.saviotto | 10/02/2016 | Fonti alternative, Germania
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7 punti a favore della Canapa

All’interno di un sito che si occupa di ambiente e sviluppo, e che si propone di dare a questi temi così attuali un’impostazione non affetta da pregiudizi ideologici?
Per il sito del Green Village Io Abito Bio lo sviluppo non è la fonte di ogni male, ma al contrario l’unica reale soluzione ai problemi della povertà e dell’ambiente. Per l’ambientalismo ideologizzato, invece, i problemi dell’ambiente sono per loro natura irrisolvibili, se non con il blocco della crescita e l’abbandono di ogni ipotesi di sviluppo. Questa del resto era anche l’opinione di chi scrive fino a pochi anni fa. Le tecnologie moderne hanno sì aumentato il benessere, ma a prezzo di uno sfruttamento sempre più radicale, e distruttivo, dell’ambiente. Di questo passo in soli due o tre secoli avremo fatto scomparire la vita dalla faccia della Terra. Ma è stata proprio la scoperta che con la canapa si potrebbero fabbricare numerosi prodotti in modo più sostenibile, che ha messo in crisi questa convinzione.

La cannabis dimostra che esiste l’alternativa al petrolio

La canapa è stata la dimostrazione che almeno alcuni dei problemi ambientali potevano trovare una soluzione. E se questo era possibile in alcuni casi, perchè non negli altri? Infatti è stato sufficiente guardarsi intorno per accorgersi che tutti i principali problemi dell’ambiente e dello sviluppo hanno in realtà delle vere soluzioni, sostenibili e praticabili, che sono diventate l’argomento del sito di Io Abito Bio nato pochi anni dopo.

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Ma che dire del fatto che la canapa, per via delle sue varietà ricche di cannabinoidi, è considerata dai più una droga? Per chi scrive l’affermazione che la canapa è una droga è semplicemente errata. La canapa indiana (detta comunemente cannabis) è indistinguibile all’aspetto da quella tradizionalmente coltivata per usi industriali, perchè costituita da varietà che appartengono alla stessa specie botanica. Essa non può essere considerata una droga, perchè:

  1. Secondo quanto riportato in letteratura, non provoca crisi di astinenza nemmeno ai più alti livelli di consumo (praticati peraltro da una esigua minoranza di consumatori), ma solo dipendenza psicologica. Tecnicamente non si può quindi parlare di dipendenza fisica.
  2. Anche per quanto riguarda i danni fisici, la situazione è, come minimo, controversa. Sempre facendo riferimento ai livelli più alti di consumo concepibili, non c’è alcuna certezza di danni alla salute, nel senso che non sono mai stati dimostrati. Si sente parlare in continuazione di nuove ipotesi di danni, ma proprio questa è la conferma: se ci fosse un danno dimostrato, non si farebbe che parlare di quello.
  3. Il 99% dei consumatori fuma sigarette di marijuana, con livelli di assunzione e di principi attivi nel sangue particolarmente bassi. Ed è difficile pensare che una sigaretta o due al giorno possano provocare quei danni alla salute che non sono stati ravvisati nemmeno con dosaggi decine di volte più alti.
  4. E per quanto riguarda gli effetti sulla psiche, sono sempre stati descritti come piuttosto blandi. Inoltre essi sono tutt’altro che demoniaci, dato che consistono essenzialmente in un allentamento delle tensioni muscolari e mentali, con conseguenze benefiche anche sullo stato dell’umore.
  5. Inoltre fin dall’antichità, forse anche nell’antico Egitto, la cannabis è stata segnalata per i suoi effetti terapeutici, che si manifestano alle basse dosi tipiche della canapa fumata (l’assunzione però potrebbe avvenire anche in altre forme). Innanzi tutto essa è efficace per i casi di insonnia ed emicrania, e poi contro la sclerosi multipla, il glaucoma e l’epilessia. Ma anche contro il vomito indotto dai trattamenti chemioterapici.
  6. Cresce facilmente a qualunque latitudine e longitudine, dimostrandosi una pianta che è estremamente versatile e fa stupire chiunque l’abbia mai piantata. I semi di cannabis si possono facilmente trovare in giro su internet: ne è un esempio questa guida alla scelta che trovi qui. Ovviamente per utilizzi industriali i semi saranno diversi, in quanto conterranno meno principio attivo, ma non si sa mai… se vi escono piante maschio ce le teniamo uguale e le classifichiamo come canapa industriale! 😉
  7. Sono invece tecnicamente delle vere droghe l’alcool, il tabacco e i barbiturici, perchè il primo a forti dosi, e gli altri a qualsiasi dose, danno forte dipendenza e provocano crisi di astinenza. I barbiturici in particolare vengono di solito prescritti per situazioni che potrebbero essere facilmente risolte dall’innocua canapa.

L’assurda equiparazione operata dalla legge della canapa indiana alle droghe pesanti, oltre che impedirne gli interessanti usi medicinali, rende di fatto impossibile anche la coltivazione della canapa per usi industriali. La canapa non può certo essere considerata la panacea di tutti i mali, ma potrebbe comunque dare un contributo positivo al benessere delle persone, all’economia e all’ambiente.

By johnny.saviotto | 09/13/2016 | Ambiente, Fonti alternative, Italia
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Piogge che uccidono

Almeno 300 morti e 2,5 milioni di sfollati. È il bilancio, destinato probabilmente ad aumentare, delle violente alluvioni che hanno colpito il Paese. Quasi 400 i villaggi rimasti isolati. Si stimano danni per circa 4 miliardi di euro.

Dopo il Sud Est Asiatico, anche il sub continente indiano fa i conti con il maltempo. Solo la scorsa settimana le autorità avevano annunciato che l’India era alle prese con la peggiore siccità degli ultimi quarant’anni; nel giro di poche ore però la situazione è drasticamente cambiata. Gli Stati di Karnataka, Andhra Pradesh e Maharashtra, dell’area centro-meridionale della federazione, sono stati colpiti da piogge torrenziali che hanno causato almeno 300 morti e costretto 2,5 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Alle intense precipitazioni si è andato sommando lo straripamento dei fiumi Krishna e Tungabhadra, che hanno sommerso ampie regioni, distruggendo totalmente o parzialmente decine di migliaia di case.

Queste alluvioni mettono in ginocchio l’India

Complessivamente sono oltre 350 i villaggi rimasti isolati, senza elettricità e cibo, e nei villaggi-isole dove il Krishna sfocia nel Golfo del Bengala sarebbero 50mila le persone bloccate nelle loro abitazioni in attesa dei soccorsi. Le avversità atmosferiche sono state particolarmente insistenti sul Karnataka, dove 14 distretti sono in emergenza per la distruzione completa delle piantagioni agricole e i morti accertati sono 194. Nella sola capitale Bangalore 167 persone hanno perso la vita. Nuova Delhi ha avviato già da ieri un’operazione di aiuto e recupero nelle zone colpite dal disastro.

I soccorsi stanno sorvolano il territorio con aerei ed elicotteri alla ricerca di feriti, dispersi e persone che sono riuscite a mettersi in salvo a bordo di piccole imbarcazioni. Le immagini girate dall’alto mostrano come vi siano ancora persone in attesa di soccorso appollaiate sugli alberi o sui tetti delle case rimaste in piedi. Oltre 300mila superstiti hanno trovato rifugio all’interno dei 1.000 campi di accoglienza allestiti dalle autorità. Visitando le regioni allagate il ministro per gli Affari interni è stato accolto dalle proteste degli abitanti, che hanno puntato il dito contro il ritardo e l’inadeguatezza degli aiuti.

Ci sono molte polemiche sull’apertura delle dighe

Polemiche sono scoppiate anche per la decisione delle autorità locali di aprire dighe e cataratte, per evitarne il cedimento a causa delle piogge: una scelta che ha portato all’allagamento di numerose zone, ma che secondo i responsabili ha comunque evitato crolli, frane e smottamenti. Le prime stime dei danni parlano di 220 miliardi di rupie, circa 4 miliardi di euro; le istituzioni però hanno già lanciato un allarme per gli effetti devastanti che l’alluvione avrà sull’economia non solo a causa dei fondi che sarà necessario stanziare per la ricostruzione, ma anche per i gravissimi danni subiti dalla produzione di grano: gli Stati del Karnataka e dell’Andrha Pradesh sono infatti i maggiori produttori del cereale di tutta la federazione indiana.

L’ultimo periodo di raccolto conclusosi a settembre ha fruttato 19,3 milioni di tonnellate, ma gli esperti temono che la produzione del prossimo anno possa subire un crollo. Nel luglio del 2008 Nuova Delhi aveva imposto un divieto alle esportazioni di grano per contenere l’inflazione e garantire adeguate scorte nazionali, ma il provvedimento era stato revocato a ottobre dell’anno scorso. Ora il ministro dell’Agricoltura Neelakanthapuram Raghu- veera Reddy ha anticipato che, visto il calo previsto di circa un terzo della produzione, è probabile che il suo Paese non sia in grado di esportare grano nel 2009-10. Anche se l’ondata di maltempo, originata da una forte depressione materializzatasi il 30 settembre nel Golfo del Bengala, si è attenuata nelle ultime ore, i servizi meteorologici indiani prevedono altre piogge nelle prossime ore sulle regioni settentrionali e centrali della federazione indiana.

By johnny.saviotto | 09/12/2016 | Ambiente, Mondo
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Vacanze sostenibili, quando l’hotel si fa “eco” e risparmia sulla bolletta

Riduttori di flusso per rubinetti, prodotti di stagione, lampadine a basso consumo e differenziata.

Trascorrere le vacanze in albergo è confortevole ma dovremmo pensare anche all’impatto ambientale che ne deriva. Una struttura ricettiva necessita in media di 210 kilowattora di energia elettrica l’anno. Più aumentano i confort, a esempio aria condizionata e mini bar, più crescono gli “sprechi” energetici. E vanno considerati anche i rifiuti che l’hotel produce e l’acqua che utilizza. Gli alberghi richiedono, infatti, dai 60 ai 220 metri cubi di acqua l’anno. Con pochi accorgimenti, però, è possibile rendere questi edifici più sostenibili.

Spuntano gli ecohotel

Un esempio è dato dagli ecohotel, garantiti da un marchio europeo di certificazione ambientale per i prodotti e i servizi. Si tratta di strutture ricettive dove ogni scelta è pensata nel rispetto delle risorse naturali, e dove si rende più responsabile il turista. I consumi di energia sono ridotti dall’utilizzo di fonti energetiche alternative e l’architettura rispetta criteri di bioedilizia.

L’arredamento è ecologico ed economico; si applica una corretta gestione e differenziazione dei rifiuti. Altra garanzia è l’alimentazione. Gli ecohotel, infatti, prestano molta attenzione al menù proponendo alimenti biologici e regionali. E per gli spostamenti i clienti possono usufruire delle biciclette messe a loro disposizione. Queste strutture sono convenienti anche per gli imprenditori alberghieri perché l’adozione di misure per il risparmio energetico porta ad una considerevole riduzione dei costi nel mediolungo periodo.

Inoltre, per i turisti sensibili alla salvaguardia del pianeta il marchio eco rappresenta una garanzia e quindi un criterio di scelta per le proprie vacanze. Dai risultati di un’indagine condotta da alcuni esperti sulle strutture che aderiscono all’Ecolabel di Legambiente turismo è emerso che gli ecohotel hanno risparmiato sulla bolletta e ridotto di ben 21mila tonnellate, rispetto allo scorso anno, l’emissione di anidride carbonica. Merito anche dei clienti attenti a risparmiare acqua ed energia e pronti a rinunciare alle loro automobili per le “due ruote” o i mezzi pubblici.

Gli ospiti contribuiscono

Anche gli ospiti, infatti, devono contribuire, ad esempio facendo delle docce brevi, richiedendo il cambio delle lenzuola e degli asciugamani solo se effettivamente necessario, differenziando i rifiuti e mangiando solo prodotti di stagione. Secondo i dati della ricerca, eliminando le confezioni di marmellate monouso (sostitute da quelle in vetro) e utilizzando i dispenser al posto dei saponi con l’involucro in plastica sono state evitate sei tonnellate di rifiuti indifferenziabili. In merito, la direttrice generale di Legambiente, Rossella Muroni, ha spiegato che «per ottenere questo risultato non c’è stato bisogno di grandi investimenti.

Nelle strutture aderenti sono stati installati circa 40mila riduttori di flusso nelle docce e nei rubinetti che hanno consentito un taglio dei consumi idrici di 800mila metri cubi di acqua. L’installazione di oltre 60mila lampadine a basso consumo ha inoltre permesso un risparmio energetico di almeno 450 Mwh. Con uno sforzo decisamente sostenibile – ha concluso la direttrice – si può dare un grande aiuto all’ambiente e migliorare la qualità della nostra vita, aumentando la soddisfazione di chi sceglie il turismo consapevole ».

By johnny.saviotto | 09/05/2016 | Lifestyle
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